Hikikomori

(di Cristiano Suriani)

Hikikomori

Il Ministero della Salute, del Lavoro e del Malfare, definisce hikikomori chi si rifiuta di lasciare la propria abitazione, isolandosi dalla società, per un periodo superiore ai sei mesi.
E’ difficile fare una stima esatta del fenomeno anche a causa delle famiglie che spesso preferiscono non denunciare, alle autorità, la malattia del figlio, o della figlia. Le stime ufficiali del ministero parlano di 200.000-300.000 malati, ma è probabile che siano molto di più: anche un milione, secondo alcune fonti.
Fino a poco tempo fa, il fenomeno, in ambiente scientifico, era considerato un sintomo di qualche più grave malattia della psiche; solo recentemente i medici hanno cominciato a considerarlo come una malattia a sé stante, meritevole di uno specifico percorso curativo.
Hikikomori è un termine che indica, non solo chi ne viene colpito, ma anche la malattia stessa. E’ tipica della società giapponese, ma si sta diffondendo anche in altri paesi industrializzati quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Italia, Taiwan, Corea del Sud.

Ma chi sono gli hikikomori ?
L’identikit ci mostra un ragazzo tra i 20 e i 30 anni, della classe medio-alta.
Spesso il disagio inizia presto, in età scolastica: si comincia con l’odiare se stessii, i genitori; la frequenza della scuola si interrompe: cessano le comunicazioni con i parenti e gli amici. L’hikikomori, infine, si rinchiude nella propria camera: dorme durante il giorno e passa la notte a guardare la tv. Ci possono essere anche forme più lievi: la reclusione, come l’assenza di contatti sociali, può essere parziale o, nel peggiore dei casi, totale.
E’ chiaramente una malattia della psiche: gli hikikomori hanno paura ad uscire, di incontrare altre persone; vorrebbero avere una vita normale, ma non ci riescono ed odiano quelli che ce l’hanno.
I sintomi di questo disagio variano di molto, da soggetto a soggetto: il fenomeno può iniziare con delle esplosioni violente di ira, magari contro i genitori, alternate a comportamenti infantili. Anche l’ossessione, la depressione e la paranoia spesso scatenano questo fenomeno.

HikikomoriLa miccia che può scatenare l’auto-reclusione, può anche essere banale: brutti voti a scuola, una delusione d’amore. La stessa reclusione può essere frutto di traumi: più a lungo ci si allontana dalla società e più gli hikikomori prendono coscienza del proprio fallimento, perdono la propria, residua, autostima. Il sistema scolastico che impone un forte stress agli studenti, una grande competitività, è chiamato fortemente in causa. Per entrare nelle migliori università – che danno poi accesso ai lavori meglio retribuiti – bisogna superare un esame di ammissione la cui difficoltà richiede una preparazione meticolosa e lunga: questi test sono diventati l’ossessione di ogni studente.
Sempre in ambiente scolastico, una situazione di hikikomori può nascere da atti di bullismo. Il bullismo nella scuola è un fenomeno triste e serio: responsabile, ogni anno, di numerosi suicidi fra i giovani.

Non sono certo privi di responsabilità i genitori. La pressione psicologica, sia interna che esterna alla famiglia, è spesso insostenibili per i giovani che, per reazione, si isolano dal mondo. Le eccessive aspettative sul primogenito – il tradizionale erede del capo-famiglia – possono essere devastanti, soprattutto su quei ragazzi che non vogliono, o non riescono, seguire le orme del padre. Secondo alcune teorie, anche la crisi economica ha le sue responsabilità: non è più facile trovare, come un tempo, un lavoro a tempo indeterminato; questo provoca spesso un senso di fallimento in quei giovani che sentono di non riuscire a soddisfare le aspettative della famiglia. La società giapponese sta cambiando; l’economia non assicura più il posto fisso, il lavoro per tutta la vita; la disoccupazione è sempre dietro l’angolo. Questo si scontra con il tradizionalismo di molte famiglie ancorate ai vecchi valori in cui, per esempio, l’erede di famiglia deve svolgere lo stesso lavoro del padre, per prenderne il posto.
I genitori, oltretutto, sono recalcitranti nel riconoscere il disagio dei figli. Spesso in ritardo ci si rivolge all’aiuto di qualche struttura professionale. Molte famiglie, per la vergogna, tengono nascoste, per quanto possibile, queste situazioni: un figlio hikikomori può arrecare disonore al nome della famiglia.

Una malatia da cui, fortunatamente, si può uscire.
E’ controproducente una soluzione energica al problema: entrare nella stanza con la forza e costringere l’hikikomori ad uscire, con le buone o con le cattive, spesso porta a reazioni violente da parte del malato. L’approccio giusto, secondo molti psichiatri, è il dialogo: un psicologo interviene e fa da mediatore tra i genitori e il figlio; trovare la strategia giusta per riallacciare i contatti all’interno della famiglia, è il primo passo. Successivamente si cerca di convincere il giovane ad uscire dalla stanza. Se coronato da successo, la guarigione prosegue poi presso strutture specializzate mediante cure farmacologiche e terapie di gruppo. I gruppi di auto-sostegno – sul tipo di quelli usati per l’alcolismo -, dove gli hikikomori possono confrontarsi tra di loro e, pian piano, ritrovare fiducia per se stessi. La reintroduzione nella società, nel mondo del lavoro, deve essere graduale e molto spesso porta alla guarigione completa.

 


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