Il Giappone e la Prima Guerra Mondiale



(di Cristiano Suriani)

Imperatore TaishoDell’impegno e del ruolo del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, si sa molto. Poco invece si sa di cosa fece il paese nipponico nel primo conflitto mondiale. Anche il Giappone vi partecipò – contro gli Imperi Centrali – anche se il suo impegno fu abbastanza limitato; ma proprio in quegli anni si possono scorgere i primi segni di quello che poi succederà, nei decenni successivi, nell’area del Asia Orientale e dell’Oceano Pacifico.
Tokyo, con il minimo sforzo, ottenne grandi risultati e solo l’ottusià delle nazioni vincitrici (Stati Uniti e Gran Bretagna in primis) fallì di bloccare sul nascere le mire espansionistiche giapponesi e, se l’avessero fatto, forse,
la tragedia della Guerra del Pacifico si sarebbe potuta evitare.

Nel luglio del 1912 terminò l’era Meiji che ebbe un grande ruolo nella storia del Giappone; sconfitto lo shogunato Tokugawa, il Giappone, nel giro di pochi decenni, passò da un paese ancora feudale ad una “democrazia” parlamentare che velocemente stava recuperando terreno nei confronti delle grandi potenze occidentali. Alla morte di Meiji, sali sul trono (30 luglio 1912) il figlio: Yoshihito che poi, dopo la morte assumerà il nome di Taisho.
Il periodo Taisho viene considerato dagli storici un periodo di traghettamento tra due periodi fondamentali della Storia giapponese: l’era Meiji e l’era Showa contrassegnata dall’enorme tragedia della Seconda Guerra Mondiale e del bombardamento atomico.

Nei primi anni del primo decennio del XX secolo, il governo non era ancora completamente nelle mani dei militari e i giochi tra i partiti politici, che da poco avevano fatto la loro comparsa, decideva il succedersi dei governi. Almeno dal punto di vista della politica il paese si era allineato alle grandi democrazie occidentali.
In Europa, con l’assassino dell’arciduca Francesco Ferdinando (28 giugno 1914), la situazione si andava, intanto, velocemente degradando. Il 28 luglio scoppiò la guerra che sarebbe durata più di 4 anni facendo milioni di morti.

Nel governo di Tokyo esistevano simpatie sia per la Gran Bretagna e sia per la Germania. L’esercito imperiale era modellato su quello prussiano mentre la marina aveva istruttori provenienti dalla marina militare inglese. Lo stesso imperatore aveva una grande simpatia per il kaiser Guglielmo II.
Nel 1902 il Giappone aveva siglato un accordo con la Gran Bretagna di reciproca assistenza e il primo ministro Okuma Shigenobu decise quindi di rimanere fedele agli impegni rispondendo positivamente alla richiesta di aiuto da parte dell’allora Primo Lord dell’Ammiragliato, Winston Churchill. Gli Inglesi, pesantemente impegnati sul fronte europeo, avevano bisogno del Giappone per proteggere i loro possedimenti coloniali in Asia dalla minaccia proveniente dalle colonie tedesche.
Militarmente il Giappone era una potenza in veloce ascesa; una decina di anni prima aveva sconfitto la Russia e la sua marina ormai era la più potente a solcare le acque dell’Oceano Pacifico. La Germania, nell’oriente asiatico, aveva diverse colonie tra cui il porto di Tsingtau, le isole Marianne, le isole Caroline e le isole Marshall.

Il 15 agosto 1914 venne inviato un ultimatum alla Germania affinchè abbandonasse queste colonie. Alla scadenza dell’ultimatum – il 23 agosto -, non avendo ottenuto nessuna risposta, venne dichiarata guerra alla Germania. Le isole vennero conquistate immediatamente e senza problemi. Al porto di Tsingtau venne attuato un blocco. Ci furono anche diverse scaramucce con la flotta tedesca guidata dall’ammiraglio Maximillian Von Spee.
Fu proprio in questa occasione che fecero la loro comparsa, per la prima volta, aerei imbarcati a bordo di una nave: nella fattispecie quattro idrovolanti Farman erano imbarcati sulla nave appoggio Wakamiya Maru.
Il 7 novembre del 1914 i tedeschi si arresero e così già alla fine del primo anno di guerra i tedeschi erano stati cacciati dall’Estremo Oriente e la flotta dell’ammiraglio Von Spee rientrò in Atlantico dove venne poi distrutta dagli inglesi al largo della Falkland.

Wakamiya MaruCon le potenze impegnate in Europa, e avendo terminato il suo compito operativo, il Giappone si sentì libero di cercare di estendere il suo domino coloniale sull’Asia; nel 1915 inviò a Pechino le “21 richieste” che, se accettate, avrebbero ridotto la Cina ad un protettorato di Tokyo. Su pressione della comunità internazionale il documento venne ritirato, ma il conflitto armato con la Cina era solo rinviato di qualche anno.
Nel 1917 la Gran Bretagna chiese al Giappone di partecipare alle operazioni nel Mediterraneo: operazioni di scorta e di trasposto truppe. Tokyo inviò l’incrociatore Akashi e otto cacciatorpediniere nell’area mediterranea. Le navi non vennero mai coinvolte in scontri a fuoco, ma diedero comunque un prezioso apporto logistico.
Nell’ultimo anno di guerra il Giappone partecipò ad una spedizione – insieme agli Alleati – per proteggere la Siberia orientale dai Bolscevichi – in quella zona c’erano numerosi depositi di armi.

La Prima Guerra Mondiale finì e il Giappone ebbe la possibilità di sedersi al tavolo dei vincitori. Ottenne un seggio permanente nella Lega delle Nazioni e si vide assegnate le ex colonie tedesche nell’Asia Orientale. Economicamente la guerra, per il Giappone, fu una vera manna; il grande aumento delle esportazioni di materiale bellico e di generi alimentari verso i paesi dell’Alleanza, diedero un grande impulso alle industrie locali.
Nel conflitto il Giappone perse appena 2000 uomini, ma ebbe molto: oltre alle colonie, ottenne, dalla comunità internazionale, anche il sostanziale via libera all’espansione coloniale a scapito della Cina

Quello che non riuscì ad ottenere, durante la Conferenza di Pace di Versailles (1919), fu una clausola, da inserire nel documento finale, in cui veniva enunciato il concetto di uguaglianza razziale fra tutti gli uomini: per molti occidentali, soprattutto tra gli americani, i “musi gialli” giapponesi erano ancora, sostanzialmente, degli essere inferiori.

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